16 Maggio 2021

Padre Stefano De Fiores di: Mario Nirta

La semplicità di un grande: Requiescat P. Ste’.

Albeggiano giorni che una volta attendevi con gioiosa ansia e che invece oggi grondano quella tristezza amara degli autunni che si portano via le persone, gli anni e le foglie. Ed allora ti accovacci sui ricordi che hanno allietato la tua vita e vedi una grande tavolata con vicini i festeggiati: mio padre e p. Stefano De Fiores ch’erano nati in anni diversi ma nello stesso giorno, il 2 ottobre. Oggi quella tavolata esiste solo nella memoria, e persino nella memoria quei due posti restano irrimediabilmente vuoti. Ed allora non vale più nemmeno la pena di rievocarla. Adesso di mio padre restano solo le foto, gli insegnamenti ed il ricordo del suo amore infinito per i nipoti. Di P.Stefano, insieme ad Alvaro, il figlio più illustre dell’amata San Luca, i libri con le affettuosissime dediche, le foto che scattava in continuazione e tantissimi ricordi. Ricordi semplici, di una persona nata in un paese semplice e che semplice rimase anche quand’era stimato, ed a ragione, il più illustre mariologo del mondo. E che nato “santulucotu, santulucotu rimase per tutta la vita infiorando spesso i suoi discorsi con le espressioni più tipiche del nostro dialetto. …

Pioveva che Dio la mandava quella sera quando lui arrivò inatteso, si asciugò con la prima asciugamano che mia moglie gli porgeva, ed alle mie parole “ma comu ti cumbinasti?, rispose passando e ripassando l’asciugamano dietro il collo, “stavota ma pijjai tutta” Si sedette al caminetto, gli detti le mie pantofole che per quanto di un numero diverso era il meglio che potevo dargli in quel momento, ed esclamò guardando verso la cucina “Che buon odore di cose antiche” Ero contento che fosse arrivato perché quel piatto che mia moglie stava preparando era uno dei più contesi quand’eravamo bambini. E’ un piatto semplice, umile, povero, tipico di una paese povero, ma per me invece di vapore alita struggenti memorie. E prego sempre mia moglie, quando una certa modernità m’infastidisce ed ho bisogno di rifugiarmi nell’infanzia, di prepararmelo. Appena arrivò la padella col “fasolu mpanatu”, P. Stefano prese il suo cucchiaio, divise con una linea i fagioli in due parti e sentenziò “Chistu è u meu e chistu u toi”.  Ed allora tornai bambino, rividi la scala della zia Natalina con  ei muri paesaggi marini, più in alto la foto dei defunti di famiglia e rividi la buonanima della zia friggere le polpette con due cucchiai di legno: uno per mescolare e l’altro per tenere lontana la greciamagna. Ed allora tornai bambino a quando essendo il più piccolo della nidiata, nella cagnara che si scatenava attorno alla padella, restavo irrimediabilmente fregato. “Chistu è du Mariu” sentenziava P. Stefano. Ma, ahimè, nessuno gli dava ascolto. E zia Natalina che raccomandava “Dassati stari u fijjolu”, si sentiva ribattere che il giorno prima il figliolo se l’era scappata con tutta la padella. Mangiavamo quando all’improvviso mi chiese “I grattatini no mi dassi ammia?” Prima risposi “Tutti no, Ste’”, poi, ovviamente, cedetti. Ecco, questo era P. Stefano in casa, questo era il più grande mariologo del mondo. E che malgrado ciò restò sempre lo stesso, un uomo semplice, buono, umile, lieto di mangiare “fasolu mpanatu e grattatini”, e che ora pregava “Signore ti ringraziamo per il cibo che hai voluto donarci …” Ed io lo interruppi “… E ti ringraziamo anche per quel fesso di Mario che ha rinunciato alle grattatine” E lui, senza una benché minima alterazione di voce “E ti ringraziamo anche per quel fesso di Mario che ha rinunciato alle grattatine…” Ed a me non restò che dire Amen.

Mario Nirta

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