19 Gennaio 2021

I vitigni del Mediterraneo Antico di: Orlando Sculli

I vitigni del Mediterraneo Antico

Secondo le risultanze delle indagini , condotte con metodo scientifico su reperti con presenze di marcatori molecolari di vini, prodotti a partire dalla più remota antichità, il Primo Centro di domesticazione della vite ( il riferimento è alla vite silvestre che cresceva  spontaneamente nelle aree) fu l’Anatolia centrorientale, la Mesopotamia settentrionale (alto bacino del Khabur ) e i monti Zagros, nell’Iran sud occidentale( Primo- A), seguito dal Primo-B, localizzato nel Caucaso e  nelle regioni transcaucasiche.

Il Secondo Centro –A  fu rappresentato dall’area dei Balcani meridionali e da quella egea, includente la penisola ellenica  con le sue isole, mentre il Secondo Centro-B fu rappresentato dalle zone circostanti il Ponto ( Mar nero ).

Il Terzo si riferì all’Italia Meridionale ( il riferimento è la Magna Grecia), il Quarto alle penisola iberica, colonizzata dai Cartaginesi, il Quinto alla Francia Meridionale ( Massalia, attuale Marsiglia, colonizzata dai coloni greci focesi) e all’Italia settentrionale ed il Sesto all’Europa centrale.

Dall’Italia meridionale che costituì i Terzo Centro di domesticazione della vite, furono diffuse nel resto d’Italia ed altrove, al tempo dei romani, tante varietà di viti.

Il patrimonio viticolo calabrese venne arricchito , nel periodo bizantino, quando  arrivavano  in Calabria dei coloni provenienti da ogni parte dell’impero di Bisanzio, che era multietnico.

Tutta la Calabria era caratterizzata da numerose presenze etniche , di cui al momento evidenziano le loro peculiarità culturali specialmente gli albanesi  arrivati in Calabria dopo la conquista turca dell’Albania, avvenuta dopo la morte di  Giorgio Castriota,Skanderbeg, i greci di Calabria della Bovesia, che discendono quantomeno dai bizantini, gli occitanici, che hanno il loro centro più importante a Guardia Piemontese , che discendono da coloro che scapparono dalle valli piemontesi , perché vi erano perseguitati per motivi religiosi.

Di tante altre etnie si è persa ormai memoria e semmai di esse permane la testimonianza nella toponomastica : Judario per gli ebrei, la Rocca degli Armeni o Armenia per gli armeni, Schiavoni per i croati, dalmati e sloveni, Malta o Martisi per i maltesi.

Addirittura permane nei cognomi  il segno della provenienza: Sidari, Carteri, Margheriti  indicano i villaggi dell’Epiro occidentale da cui scapparono dei profughi davanti all’invasione ancora turca, mentre gli Sculli denunciano il soprannome anche attuale degli abitanti del distretto di Paphos a Cipro.

Gli abitanti di Roccaforte del Greco sanno di provenire dalla cittadina di Vunì di Cipro, mentre gli abitanti di Pietrapennata provengono da Malta, da cui scapparono verso la metà dell’800 d.C., quando l’isola fu occupata dagli arabi. Coloro che partivano, preparavano per tempo il viaggio e portavano con loro specialmente semi e tralci di viti. Inoltre la dedica a molte chiese a Santa Caterina d’Alessandria ( d’Egitto ) indica che molti egiziani si rifugiarono in  Calabria, dopo la conquista araba, mentre il preziosissimo Codice Purpureo di Rossano denuncia la fuga dalla Siria di una comunità di siriani; nelle miniature del codice vengono evidenziati addirittura buoi  identici ancora a quelli  presenti in Siria prima dell’attuale guerra civile.

Ogni territorio possedeva delle viti particolari : ad es. l’area di Guardia Piemontese è caratterizzata dalla Marcigliana ( Marsigliese? ), l’area albanese dal Magliocco, l’ area degli ebrei dalle Lacrime, l’area dei greci , la più importante,  dai vari tipi di Greco, mentre l’area dei maltesi è caratterizzata dalla  presenza delle Malvasie ( pochi pensano che la Malvasia sia stata selezionata a  Malta mentre gli studiosi più numerosi sono dell’avviso che i  veneziani la prelevarono nel Peloponneso sud orientale, a Monombasia  da cui Malvasia,  e la diffusero nel Mediterraneo occidentale) ed infine ai siriani o ai persiani di Shiraz è attribuita  la Syrah.

Un discorso a parte bisogna farlo  con il Palmaziano, di cui parla nel V sec.   d. C, Cassiodoro di Squillace, ministro di Teodorico, re degli ostrogoti; egli lo accosta addirittura al Gazeto, il vino di Gaza ( Palestina) o al Sabino (Il vino della Sabina) . Proprio Cassiodoro è da considerarsi l’ intenditore di vini per eccellenza  nel Tardo Antico, ed egli ricercava per la corte ostrogota di Ravenna e per Teodorico i migliori vini d’Italia e fu il primo in assoluto ad evidenziare quello che in seguito diventerà l’Amarone.

La Calabria tutta quindi divenne il rifugio di numerose varietà di viti provenienti da tante regioni del Mediterraneo antico e fino a poco tempo addietro prosperarono in sicurezza, in attesa che qualcuno le salvasse dall’estinzione.

Proprio sulla scorta di tale potenzialità, è stato possibile allo scrivente, in circa trent’ anni di attività di ricerca fisica, prima che le capre a pascolo brado distruggessero il retaggio del passato, radunare in uno spazio esiguo ( un ettaro ), derivante però da tre vigne abbandonate, le viti forse più importanti del Mediterraneo antico nel numero di circa trecentocinquanta, tra accessioni e genotipi . Sono state esplorate in modo non sistematico circa 17 enclaves, 14 della provincia di Reggio e solo tre di quella di Catanzaro.

Se le istituzioni anche locali avessero utilizzato anche marginalmente i fondi ingenti sperperati e li avessero usati per la salvaguardia del germoplasma di tutta la Calabria, essa  avrebbe mantenuto il suo invidiabile patrimonio. Le notizie sul campo di salvataggio di Sculli sono pervenute alla Scuola Enologica di Alba, che lo ha contattato per salvare le sue viti in tre campi di conservazione in Piemonte,  senza ricadute per la Calabria, con diniego da parte di Sculli, mentre la Sezione Sperimentale di Turi ( Bari ), il più importante centro di ricerca nel settore viticolo, dell’Italia meridionale immediatamente è diventato operativo, per cui nel mese di Giugno di sei anni addietro, due ricercatori, Angelo Caputo ed il suo collaboratore Sabino Roccotelli hanno prelevato le parti apicali di 252 viti su 350  presenti, per estrarre il DNA. Da tale operazione è venuto fuori un risultato sbalorditivo; ben 70  viti sono risultati dal profilo unico al mondo e bisogna rifare l’estrazione per 50 e di altre cento farlo completamente ,perché non era stato effettuato.

La vigna catalogo è stata onorata dallo studio del prof. Giancarlo Scalabrelli, ora stremato da una gravissima malattia, coadiuvato dall’ingegnere Cesare Scarfò residente all’isola del Giglio, visitata dal prof. Adamo Rombolà dell’università di Bologna, dal prof. Attilio Scienza, ora in pensione della Statale di Milano, dalla prof.essa Aparecida Conceicao Boliani dell’Università di San Paolo del Brasile, dall’enologo a livello internazionale, Gustavo Gonzalez con vigneti nella Napa Valley di California, sollecitato a venire a visitarla dalla dott. essa Deborah Golino della Davis di California,  che ha effettuato le prove sensoriali di circa 300 uve ecc.

Sarà compito della regione Calabria metterle in sicurezza, con l’aiuto del Centro Sperimentale di Turi e proseguire la ricerca per tentare il salvataggio di numerose altre viti che potrebbero essere genotipi unici al mondo: le viti di tutto il Mediterraneo Antico.

Orlando Sculli

Giugno 2020

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