20 Gennaio 2021
Toto' Delfino

Totò Delfino: Mi piace immaginarti a cavalcioni di un asino” di: Mario Nirta

Toto' Delfino

Totò Delfino: Mi piace immaginarti a cavalcioni di un asino”

Non so perché, forse perché nel suo ultimo libro “Il raglio dell’asino” la dedica per me fu “a Mario Nirta con un raglio prolungato”, mi piace adesso vedere Totò a cavalcioni di quell’asino che signoreggiava nel poster del suo studio, girovagare tra una nuvola e l’altra alla ricerca di uno spiraglio per intravedere quel suo adorato Aspromonte che conosceva palmo a palmo.

Ricordo con immutato affetto Totò Defino. E lo leggo e rileggo in continuazione, quasi a sentire ancora più forte la sensazione che non sia mai morto. Per questo non ho voluto vederlo nella bara. Purtroppo, gli ultimi ricordi che ho di lui vivo sono struggenti … eravamo nella cucina di casa sua vicini al caminetto e lui passeggiava parlando di altre sue opere che aveva in cantiere. Forse sapeva che stava per morire e non voleva lasciarlo trapelare. Ed anch’io sapevo che se ne stava andando e fingevo di non saperlo. Poi m’invitò ad andare in salotto perché sulla sedia non ce la faceva a sedersi: ormai era quasi ridotto pelle ed ossa. Una volta seduti ricominciò a fare progetti. Tornò brillante com’era sempre e dimenticammo entrambi per un po’ di tempo la sua tragedia. Ma evidentemente non eravamo bravi attori né lui e tanto meno io perché quando ci salutammo non riuscì ad accompagnarmi alla porta – come faceva sempre – ed io riuscii a stento a trattenere un singulto.

Tanti episodi ritornano: un pranzo ad Antonimina condito da aneddoti continui e da allegri episodi; la sua contentezza per un mio pezzo per “La Riviera” sul suo “La nave della ndrangheta” che dovrebbe essere un classico obbligatorio nelle nostre scuole insieme ad “Amo l’Aspromonte”; e le sue visite a casa mia quando con un aperitivo in una mano e l’altra a palma aperta indirizzata verso di noi per indurci a tacere, riusciva a parlare per mezz’ora senza berne nemmeno una goccia.

Sono orgoglioso d’aver goduto della sua amicizia e del suo insegnamento. Ma mi vergogno, come calabrese, nel constatare che nessuno fra i “detentori” della cultura abbia fatto niente per divulgare la sua opera che è un vero patrimonio da conservare. C’è tutta la storia del nostro mondo nei suoi libri e nei suoi articoli. Ed è anche possibile, pur se non lo credo, che possano esistere da noi scrittori più bravi di lui, Ma non si può capire la Calabria nei suoi più intimi recessi se non si legge Totò Delfino.

Quando Totò se ne andò, in un articolo per “La Riviera” dissi che la cultura calabrese, per come l’aveva trattato, non lo meritava. E a distanza di qualche anno non ho motivo di ricredermi: la nostra cultura non lo merita nemmeno oggi: non una manifestazione, non un convegno, non un ricordo per questo bardo dell’Aspromonte, per questo scrittore che illustrò la Calabria in tutto il mondo. Solo l’associazione Santa Pulinara di Platì, fondata da alcuni ragazzi davvero appassionati della cultura, tant’è che la tengono su di tasca propria perché i soldi gli enti preposti devono sperperarli per le sagre di melenzane e soppressate, lo ricorda una volta l’anno. Non San Luca, dove la fondazione Alvaro, quando sono finiti i soldi per andare in giro a spese della comunità, s’è fatta fregare persino l’omonimo premio, e dove Totò visse buona parte della sua infanzia, lo ricorda. Ma importa poco perché sin quando ci sarà ancora su questa terra uno di noi suoi amici, lui resterà vivo ed accattivante come lo è sempre stato. E come ad cristallino ruscello d’Aspromonte continueremo ad abbeverarci alla sua fonte. “All’ennesima distribuzione, Rocco arrivò in ritardo …” È l’inizio di “Rocco in frac” una delle novelle più belle della letteratura non solo nostra, ma mondiale.

Sono nato sull’Aspromonte e fui cullato dal mormorio sommesso della fiumara che scorreva dolce  e lenta, incassata nella roccia, a pochi passa da casa. Mia madre mi allevò con latte di capra … E quando comparvero le prime febbri militensi mi curarono con latte di asina, per cui provo per l’asino un affetto fraterno. Da fratello di latte.”

Vedi, Totò, tornando alle righe citate, penso che pochi scrittori, che ne so, un Manzoni, un Tomasi di Lampedusa, o uno Sciascia, avrebbero potuto leggerle senza provare invidia. Ma noi comuni mortali la proviamo e come anche perché se appena appena tentiamo d’imitarti approdiamo a risultati semplicemente penosi. Comunque, pur ritenendomi uno dei pochi in grado di citare interi tuoi brani a memoria, e pur avendoti eletto a mio Nobel personale, non è l’autore di “Gente di Calabria”- da me ritenuto insieme ad “Amo l’Aspromonte” il tuo capolavoro –  che intendo celebrare, perché quest’autore fu sì grande, ed addirittura immenso in certi casi, ma non quanto l’uomo Totò Delfino, che fu impareggiabile. E che fra i tanti eunuchi della nostra cultura fu uno dei pochi dotato di straripanti attributi. Ciao Totò, ti voglio bene. Un ultimo abbraccio, grazie per tutto ciò che ci hai dato, e ti sia lieve la terra.

 

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