20 Gennaio 2021

Restituiteci  l’Aspromonte di : Mario Nirta

Foresta di Pino Calabro nel Parco Nazionale dell’Aspromonte

Restituiteci  l’Aspromonte

Quando Dio creò Adamo io non c’ero. Ed è inutile che gli amici mi sfotticchino “dai, non fare il modesto, sforzati di ricordare meglio, ecc… ecc… perché non c’ero proprio. E se non ci credete, vi porto anche i testimoni. Però, da certi libri ho appurato che Dio, dopo aver creato Adamo, gli fece sfilare vicino tutti gli animali, lo esortò a imporre loro un nome, e poi gli suggerì di cibarsi delle loro carni, escluse quelle di alcuni che avevano il piede fesso o non so che altro. Quello che però so di sicuro è che fra le bestioline vietate non c’erano le gazze ladre e soprattutto non c’era il ghiro. Invece da un po’ di tempo a questa parte, alcuni nostri governanti, evidentemente convinti di saperne più di Dio, hanno inserito tra le specie protette, oltre a tanti altri animali sulla cui utilità nutro fieri dubbi, anche le gazze ladre e il ghiro.

Ora, io capisco l’occhio di riguardo dei nostri legislatori per le gazze ladre perché al minimo sentore, di furto, in essi scatta una specie di spirito di corpo che li spinge all’autodifesa. E son disposto per riguardo a questi signori a definire cleptomani anziché ladre quelle gazze che mi hanno fregato tre kg di semi di fave, da me ben interrati e che tradotti in moneta fanno circa trenta euro. Ma dico, santo Dio, perché proteggere anche il ghiro che magari sarà pure un dormiglione, ma non è certo un ladro? E allora per qual mai motivo, se non c’è alcun spirito di corpo, i furfanti al potere ne vietano la caccia, violentando la sacralità dell’Aspromonte, i nostri diritti e soprattutto i nostri costumi? E non mi si venga a dire che sono un antianimalista, perché vivono alle mie spalle ben sedici gatti. E quando giorni fa mi è morto Mollichino non riuscivo a darmi pace. Certo, Mollichino era nato male, sfortunato e brutto da fare schifo, ma che volete farci, io gli volevo lo stesso un bene dell’anima. Quindi, se qualcuno vuole darmi lezioni in questo senso deve allevare almeno trentadue gatti e piangere, se gliene muore qualcuno, come ho pianto io quando mi è morto Gheddafino, che adesso ha la sua tomba là vicino all’orto, sulla quale mia moglie, sapendo di farmi un piacere, ha piantato una croce di legno. E se a qualcuno ciò sembra esagerato, me ne sbatto.

Torniamo a noi. Secondo me Dio, giudicando piuttosto arido quest’estremo lembo di Calabria, decise di fargli un gran dono e creò l’Aspromonte dotandolo di ogni bene. Un bene che provenendo da Lui non poteva essere che un ben di Dio del quale – del bene, non di Dio – invece di godere tutti gli Aspromontani come succedeva da sempre, godono alcuni politicanti che se ne stanno appropriando con leggi a capocchia. Perciò, mi sento defraudato di quella porzione d’Aspromonte che tocca, per legge naturale direi, a tutti coloro che sono nati nei suoi pressi, abituati da sempre a viverlo. Perché l’Aspromonte non lo si percorre, non lo si scala, non lo si visita, ma lo si vive e lo si respira. E, piaccia o no, non può essere capito da chi non ci è nato perché non è solo un massiccio montuoso ecc… ecc… ma è, almeno per noi, un sentimento, una sensazione, una religione, un profumo antico, che sa di mito greco e di arcaiche divinità silvane, e che per quanto antico ci resterà addosso per tutta la vita.

È un mondo magico l’Aspromonte, con la sua storia, le sue leggende e soprattutto con i suoi doni. Quei doni che ci ha sempre elargito generosamente salvandoci, specie durante le ultime guerre, dalla fame più nera e che ora alcuni legislatori ci stanno togliendo, violentando in una sola volta la legge di natura e i nostri diritti. È il solito carrozzone impiantato per derubarci, anche perché l’Aspromonte ha tirato avanti per milioni di anni senza di loro e, se lasciato in pace, pare seriamente intenzionato a continuare.

Ah, quanto voglio bene a questo Gran Padre che ci dava legna per il focolare, ghiande per i maiali, verdure di ogni genere, poi castagne e selvaggina varia. I ghiri e i funghi erano i suoi doni più ricercati. Siamo cresciuti cacciandoli e mangiandoli perché facevano parte di una nostra dieta in un certo senso obbligata, che per quanto non molto varia, non intendiamo assolutamente cambiare.

Ma adesso ci sono vietati i ghiri – che fanno parte non solo della nostra gastronomia, ma addirittura della nostra civiltà, così come le capre – che da noi non rischiano certo l’estinzione come si vuol far credere, perché da sempre i nostri pastori dopo la festa di Polsi smettono di cacciarli per diversi mesi dando loro il tempo di riprodursi. E poi, quale rischio d’estinzione può correre il ghiro se ormai molti giovani lo disdegnano e se al Nord sta provocando danni consistenti? Attenti a non sbagliare come per i cinghiali, i lupi e gli orsi che ora la fanno da padroni.

A parte ciò, la cosa che più mi irrita è il tesserino per la caccia ai funghi, l’ennesima tassa sulla quale mangeranno i soliti noti che ci prescrivono di non raccogliere più di un tot chili di funghi, a meno di non essere commercianti o imprenditori del settore. Insomma, dobbiamo andare a funghi col bilancino. E se c’imbattiamo in una di quelle super “locate” di porcini che vivranno a lungo nella nostra memoria, dobbiamo coglierne un piccolo quantitativo e lasciare il resto. Naturalmente, in questo caso ce ne strafotteremo dei divieti ingiusti e li raccoglieremo tutti perché sono nostri e non di quanti si sono occupati dell’Aspromonte solo per depredarlo e infangarlo.

Il Gran Padre è della gente che ci vive, è della gente che lo ama come i miei amici Arturo Rocca e Sebastiano Stranges Ellesmere, e non di chi approfitta di istituzioni varie per bagordarvi.

Ma siccome lottare contro di loro è inutile perché protetti da leggi, leggine, emendamenti e altre stronzate del genere, a noi poveri sudditi non resta che supplicarli di equipararci a porci, capre, cinghiali, vacche e altre bestie che, pur senza avere il tesserino, s’abbuffano di funghi a scassapanza. Per cui, illustri geni della frode, noi umili Aspromontani vi preghiamo di concederci la parità con gli animali succitati. Se non lo farete, pazienza, nessuno vi mangerà. Anche perché il difficile non è mangiarvi, macché, il difficile è digerirvi.

Mario Nirta

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *