19 Gennaio 2021

Polsi: La statua della Madonna di: Mario Nirta

Se molte narrazioni tradizionali riguardano il ritrovamento della Croce, non meno numerose concernono l’arrivo a Polsi della statua della Madonna. E se nelle prime il torello gioca un ruolo essenziale, nelle seconde la parte del protagonista deve dividerla con i buoi.

I paesi della Piana, della Locride e del Messinese, da cui tali tradizioni scaturiscono, sembrano mirare ad un rapporto preferenziale con la Vergine sforzandosi di relegare in secondo in piano gli altri. E, forse, perciò, tante leggende sono di parte.

Una tra le più antiche, sbocciata a Bagnara, informa che nel 1111 alcuni pescatori intenti a tirare le reti, all’improvviso avvistarono una cassa galleggiare sul mare con sopra due ceri accesi. Chissà per qual mai motivo, ancor prima di chiarire il mistero, perché casse alla deriva con due ceri accesi sopra non se ne vedono tutti i giorni, cominciarono a gridare al miracolo. E tra il clamore della folla, accorsa subito sulla riva, tirarono lo strano natante a secco. La cassa, che doveva essere abbastanza voluminosa, una volta aperta, rivelò il suo prezioso contenuto: la statua della Madonna che troneggia oggi nella nicchia centrale a Polsi.

Non se ne capisce la ragione, ma i Bagnaresi, invece di raccogliersi in preghiera ed adorarla, non appena la trassero fuori dallo scomodo monolocale, la sistemarono su un carro tirato dai buoi e l’avviarono verso i monti

Una tal condotta, a detta degli scanzonati, non depone bene circa il loro senso d’ospitalità perché, invece di accogliere in maniera adeguata la Madre di Gesù, sembra che abbiano preferito liberarsene al più presto possibile. E gli scanzonati non hanno proprio tutti i torti perché effettivamente anche noi, se ci capitasse, non appena arrivati in un paese, di vederci impacchettati, sistemati su un carro ed avviati in tutta fretta verso l’Aspromonte, dubiteremmo d’aver usufruito d’una calorosa accoglienza. Ma, piuttosto contrariati, riterremmo che ci si sia stato imposto l’obbligo di togliere l’incomodo.

In ogni modo la Madonna, senza preoccuparsi di accertare se i Bagnaresi l’avessero allontanata in buona fede o no, dimostrò di non gradire il trattamento, sottraendosi, dopo un buon tratto di strada alla loro vista. E per diversi anni non se ne seppe più niente.

Trascorso un discreto periodo, un giorno un pastorello, mentre pascolava un gregge, vide un vitello inginocchiarsi davanti ad un cespuglio dal quale parecchi anni prima era stata dissepolta una croce. Si sforzò di smuovere l’animale che, testardo come un mulo, non si mosse. Allora brandì un bastone ed invece di romperglielo sulla groppa, come ognuno si sarebbe atteso, cominciò a scavare come nessuno si sarebbe aspettato. E, con sua somma sorpresa, riportò alla luce proprio la statua della Madonna avviata tempo prima dai Bagnaresi verso i monti.

Appresa la miracolosa scoperta, nel luogo accorsero i fedeli. E Roberto il Guiscardo, che doveva aver già scoperto il cellulare visto che si rendeva reperibile in ogni momento, e non più il fratello Ruggero, ordinò la costruzione di una chiesa.

Purtroppo, nemmeno stavolta le date collimano perché anche il Guiscardo nel 1085 aveva lasciato le pene di questo mondo per andarsi a godere le gioie dell’altro.

A desumerlo dalla straordinaria longevità di cui i sudditi li accreditavano, si è portati a ritenere che questi Normanni, a parte qualche eccesso, dovevano essere delle brave persone e degli ottimi amministratori. Ed anche degli instancabili viaggiatori visti i numerosi luoghi calabresi nei quali, quando non ne furono protagonisti in prima persona, assursero ad interessati spettatori di prodigiose apparizioni, decretando, con lodevole imparzialità, l’edificazione di varie chiesette.

In concreto, all’epoca, in Calabria non poteva succedere niente di portentoso se in qualche maniera non c’entravano loro. Alla fine affiora il sospetto di ritrovarsi davanti a degli esclusivisti del miracolo.

Di certo vivevano giornate straordinariamente lunghe che invece delle regolamentari ventiquattro ore, dovevano durarne quarantotto o addirittura settantadue. Diversamente non si capisce dove avrebbero potuto recuperare il tempo per compiere tutto quel popò d’imprese che combinarono, ed i prodigiosi ritrovamenti che gli si attribuiscono.

Mario Nirta

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