29 Novembre 2020

I cantastorie di: Mario Nirta

I cantastorie

Se mai sventurati erano arrivati al paese, i cantastorie li superavano tutti. Poveri disgraziati mai degnati dalla fortuna non solo d’un sorriso ma nemmeno d’un distratto cenno di simpatia, vagavano per gli sperduti paesini del Sud alla ricerca di qualche soldo e d’un tozzo di pane mascherando, sotto le sdrucite vesti dell’arte, un dignitoso accattonaggio.
Inguainati in logori abiti immeritevoli perfino del nome di stracci, spuntarono in tre su un carretto strascinato da un cavallo al cui confronto un asino rachitico s’elevava a purosangue. E disorientati alla vista di quel paesino sospeso lassù tra le vaganti nebbie autunnali s’erano proposti di tornare indietro. Ma dissuasi dall’incipiente oscurità, proseguirono raccomandandosi a Dio, ai santi, ai cari defunti e, con maggior concretezza, al buon cuore dei contadini non ancora rincasati.
In piedi sul carretto ed urlando “I cantastorie, i cantastorie”, inquietarono le donne. E dalla Costiera alla Croce, dalla Chiesiola alla Timpa – mitici rioni, ormai quasi disabitati – fu tutto un loro vociare. Quasi timorose, con la testa fuori dalla parte superiore delle porte orizzontalmente divise a metà, si domandavano “Comare, ma che succede stasera in questo benedetto paese?”, rilanciandosi le più strane risposte. Gli uomini, stabilito che di quel marasma l’unica cosa che si capiva era che non se ne capiva niente, per via di quel carretto imbrattato di scene cavalleresche, assegnarono i forestieri al mondo dell’arte.
Un’arte tanto degna di quegli artisti che i cavalieri di re Artù, anziché dalla Tavola Rotonda, parevano essersi appena alzati da una ben imbandita ed onorata con gagliarde bevute. In quanto ad Orlando, che abbastanza rotondetto inseguiva ancora un’Angelica ridotta ad un fantasma, che anche come fantasma se la passava piuttosto male in salute, il meno che veniva da pensare era che a Roncisvalle gli era andata fin troppo bene.
Quell’ignoto pittore doveva essere un antimonarchico arrabbiato. Diversamente non si spiegavano le miserande condizioni della regina Ginevra che appesa più che affacciata alla finestra d’uno sbilenco castello, augurava il successo ad un Parsifal che, nell’avventurarsi alla ricerca del Sacro Graal, tra gli altri rischi non doveva aver preventivato quello di finire su quel carretto. Ed invece, v’era finito con un calice simile ad una pentola capovolta e sfumato in un fuligginoso tramonto ancor più intristito da uno scialbo raggio di sole dietro il quale bisognava intuire lo Spirito Santo che, temendo che se si fosse azzardato a mostrarsi quel pittore non avrebbe avuto riguardi nemmeno per lui, si manteneva prudentemente al coperto.

Mario Nirta

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